Il pesto nelle catene globali del valore: Dop Economy, sostenibilità e crescita responsabile

Sette tonnellate: tanto pesava il pesto sequestrato a Genova pochi giorni fa. Si tratta di prodotto proveniente dagli stabilimenti di una controllata americana del Pastificio Rana (maggior esportatore mondiale della salsa verde). Semplificando (e molto: qui delucidazioni ulteriori e le precisazioni dell’azienda), la ragione del sequestro sarebbe il possibile utilizzo scorretto di indicazioni di origine e segni distintivi da parte del gruppo veneto. Nello specifico, l’uso del tricolore nell’etichetta del prodotto potrebbe far dedurre al consumatore una “italianità” che nei fatti non esisterebbe (il pesto è prodotto vicino a Chicago); l’indicazione “100% Italian Basil DOP” sarebbe una errata attribuzione: il basilico è Basilico genovese DOP (e non Italian Basil DOP, denominazione inesistente). In sintesi: Rana spedisce oltreoceano basilico genovese DOP semi-trasformato, questo viene lavorato in America per il mercato USA con marchio Kirkland dalla controllata Rana Meal Solutions, tuttavia parte della merce torna a Genova per essere venduta alla filiale europea di Costco, retailer americano che ha negozi in Spagna e Francia.

Il Consorzio del Basilico genovese DOP ha risposto al blocco del carico di pesto con un comunicato che certifica che l’operato dell’azienda di Chicago è corretto: il pesto usato è 100% ligure DOP, il marchio apposto sull’etichetta del prodotto trasformato risponde a tutti i regolamenti del caso.

Secondo il Consorzio, l’operazione di Rana non solo è corretta. È una grande opportunità di valorizzazione della DOP: «un caso virtuoso in cui la grande industria valorizza l’agricoltura del territorio italiano e ne sostiene la produzione, contribuendo alla diffusione della cultura del Made in Italy e alla #DOPeconomy contribuendo a creare un trend positivo per le aziende del Basilico Genovese DOP».

Non ci interessa entrare della dimensione tecnica della vicenda, su cui azienda e autorità si pronunceranno e mostreranno le rispettive ragioni. Usiamo invece la cronaca come spunto per alcune riflessioni sull’economia delle tipicità e sui suoi orizzonti. Due sono i temi mobilitati dalla notizia del sequestro genovese.

L’alleanza primario e industria esportatrice per la crescita

Il primo, più semplice da maneggiare, è l’opportunità offerta dall’alleanza tra agricoltura e grande impresa nell’aumentare la quota di mercato del basilico all’estero tramite l’uso di prodotto DOP trasformato in prossimità dei mercati di sbocco. È un tema importante per un comparto, quello del cibo, che in Italia fatica a scalare e internazionalizzarsi secondo il suo potenziale. I non addetti ai lavori pensano sempre che il food (compreso il vino) sia una delle voci di export più importanti della nostra economia. Si sorprendono, però, quando si mostrano le sue reali dimensioni, pari al 9% dell’export totaleSi può crescere, insomma, e le ultime dinamiche dell’export agroalimentare italiano danno segnali incoraggianti.

Tra un’ortodossia che vorrebbe il pesto “vero” fatto solo a mano, nel quartiere genovese di Pra’, rigorosamente con mortaio e pestello di marmo e un “tana libera tutti” che confonde un pesto generico fatto con basilico, chessò, del Wyoming con il sugo italiano, la soluzione di Rana Meal Solutions rappresenta un’ottima via di mezzo: produrre del buon pesto made in USA con l’ingrediente chiave proveniente dalla Liguria del DOP. È uguale al pesto che mangeremmo nella trattoria di Pra’? No, ma è un compromesso capace di educare gusto nel mondo e creare lavoro qui da noi. Questo tandem agricoltura-grande azienda esportatrice potrebbe diffondere una cultura del prodotto italiano tra i consumatori esteri e, probabilmente, garantire remunerazioni adeguate a un primario sempre più sotto pressione: più il “componente” è percepito come cruciale per la qualità del prodotto finito, più consumatori e catene del valore lo pagheranno.

Crescita responsabile: la sostenibilità nelle catene globali del cibo

Il secondo ragionamento è, invece, più complesso e tocca gli inevitabili trade-off tra crescita tramite catene globali del valore e sostenibilità e nasce quando il pesto di Rana torna in Italia dagli Usa per essere venduto in Spagna. Ovviamente Rana, gruppo capace di orchestrare reti globali del valore e muovercisi dentro con competenza, trova in questa soluzione–Genova/Illinois/Genova/Madrid–un ottimo economico e ci lavora. Tuttavia il basilico, tra andata e ritorno e prima di essere dispacciato a Francia e Spagna, si fa oltre 15 mila kilometri. Un bel po’ di emissioni e spostamenti che potrebbero essere evitati trasformando il basilico in prossimità del mercato di sbocco: in Europa per Spagna e Francia, per esempio, in Illinois per gli Usa, altrove per chissà quali altri mercati.

È singolare il tempismo dell’affaire pesto. Va in scena in un momento storico in cui Covid, shock sulle catene del valore e instabilità geopolitica negli ultimi due anni hanno ridato fiato ai sostenitori delle politiche di near-shoring e re-shoring in moltissime industrie, dall’abbigliamento all’automobile. Certo, si tratta solo di un caso; certo, statisticamente non vale, ma in un dibattito già infuocato sul cibo e sull’italianità, fa specie che siano proprio i frutti della terra i protagonisti di una storia di delocalizzazione e logistica da cui molte imprese di settori ben più globalizzati fuggono, spesso a colpi di greenwashing.

Qual è la bussola a cui affidarsi? La sensibilità dei consumatori, della politica e–anche se spesso superficiale–dei media verso la sostenibilità potrebbe rendere difficile nel prossimo futuro sostenere la bontà di geometrie di questo tipo. Il basilico a spasso per decine di migliaia di km su tragitti che in parte potrebbero essere evitati pare un eccesso ingiustificabile di fronte a un mondo in marcia svelta verso la catastrofe ambientale. Non è tuttavia con i buoni principi che si cambiano le regole del gioco economico, né con i buoni propositi che si possono rivoltare le logiche e la sostenibilità economica delle strategie dei partecipanti alle catene globali del valore. A ben vedere il passaggio chiave per far andare di pari passo la crescita del primario e della trasformazione a valle (quindi i liguri e Rana) è un consumo che effettivamente riconosca il valore a tutto tondo: nella qualità, nel gusto e nella compressione (l’eliminazione è onestamente impossibile) dell’impatto ambientale di ciò che mangia.

Crescita responsabile e sostenibilità: sfide e opportunità per il sistema delle DOP

A chi l’onere di spingere il consumatore in questo senso, creando anche per le aziende della trasformazione e della distribuzione i giusti incentivi? Si apre su questo tema una grande finestra di opportunità per il sistema delle DOP. A loro, ai consorzi e alle loro rappresentanze, potrebbe spettare il ruolo non solo di guardiani dei disciplinari e di promotori della qualità delle produzioni di un territorio, ma anche quello di garanti di una crescita rispettosa dell’ambiente.

Li vediamo come orchestratori di una crescita che ci piace chiamare “responsabile”, al riparo da due estremi: una chiusura oltranzista e iper-localista o una ossessione cieca per il segno “più” davanti alle percentuali di crescita. Nel passato abbiamo visto alcuni consorzi assumere posizioni così rigide rispetto ai limiti della denominazione da renderne impossibile la crescita. Paolo Manfredi ricorda sul suo FB il caso della Focaccia di Recco, la cui produzione non può che avvenire nei confini del comune omonimo, privando il mondo–che probabilmente la amerebbe–di una gioia a causa dell’insufficienza di prodotto. Il caso del pesto americano, al contrario, prefigura una possibile crescita delle DOP che rinuncia a farsi carico di ciò che accade all’ambiente e nelle catene del valore a cui partecipano: una contraddizione con l’attenzione tutta interna dei consorzi e delle imprese alla preservazione del territorio nel loro areale di produzione. Costruire un discorso sulla qualità e sulla sostenibilità, sia nei territori delle DOP che nelle catene vel valore a valle, sarà una sfida importante per le indicazioni geografiche italiane: un passaggio chiave per far sì che la maggiore consapevolezza dei consumatori si traduca in scelte a scaffale più ponderate e attente, capaci di remunerare strategie sostenibili di produttori, trasformatori e distributori.