Innovazione e transizione sostenibile: che cosa ci dicono le proteste degli agricoltori?

trattori

Sono molte e diverse le posizioni di chi fa analisi economica e politica sulla centralità dell’agricoltura nel dibattito sul green deal e sulla transizione sostenibile. Le proteste degli agricoltori si stanno espandendo a macchia d’olio in tutta Europa: oggi la Francia è bloccata dai contadini che sbarrano le strade per Parigi, prima di oggi Germania, Belgio, Paesi Bassi, Romania sono stati interessati da proteste analoghe. Dati e fatti sono noti. Vale la pena usarne solo alcuni per tracciare il perimetro delle rivendicazioni e far capire come le tensioni nel primario pongano questioni cruciali per l’Europa e per altri settori. Le questioni riguardano il rapporto tra politica e innovazione, la natura delle politiche per le transizioni e toccano alcune zone d’ombra del discorso su innovazione e sviluppo.

Lo spettro del primario “nervoso” si aggira per l’Europa dal 2019: allora, e nel 2022 poi, gli agricoltori dei Paesi Bassi sono stati tra i primi a scendere in strada e interagire con forze politiche conservatrici e apertamente contrarie alle agende europee in fatto di sostenibilità. I Paesi Bassi ospitano pressoché tanti maiali e vacche quanti abitanti (15 milioni di capi, contro i 17,5 milioni di umani). Gli impatti di ammoniaca, azoto ed emissioni climalteranti di un’industria così grande ospitata da un territorio esteso come Veneto e Lombardia devastano interi ecosistemi e hanno dato avvio a uno dei primi tentativi di riduzione per legge del numero di animali allevati. In Olanda si è avviato uno scontro serrato sulla proposta di ridurre del 50% le emissioni di azoto entro il 2030, compressione che determinerebbe la chiusura di diverse aziende agricole. La rabbia degli imprenditori agricoli, del tutto legittima, non è solo espressione di pregiudizio verso l’innovazione: sentono di pagare le conseguenze di un incentivo generalizzato a produrre sempre di più dagli anni ’60 in avanti, per scongiurare il fantasma dell’insicurezza alimentare. Come quelli di altre parti del mondo, gli agricoltori olandesi hanno risposto all’imperativo produttivo della rivoluzione verde, mettendo in stand-by le preoccupazioni ambientali: in altre parole la politica, l’opinione pubblica, l’industria sementiera e delle tecnologie agricole li hanno spinti a produrre sempre di più. Oggi gli operatori del primario si trovano a essere additati come principali responsabili della crisi climatica e sentono precipitare sulle loro teste e sulle loro aziende riduzioni delle sovvenzioni e diktat di innovazione che fanno tremare i polsi per scala, impatti e risorse (finanziarie e umane) necessarie.

In Francia, la mobilitazione non si è fermata nonostante diverse concessioni già fatte dal governo, dalla detassazione del diesel non stradale alla semplificazione normativa, fino all’impegno a innalzare le remunerazioni che, lasciate alle fluttuazioni del mercato, rendono impossibile l’esercizio dell’agricoltura. Le rivendicazioni dei francesi sono le stesse dei tedeschi, dei belgi, dei rumeni e dei polacchi. Per quante concessioni possano essere fatte, la mobilitazione resta e mira al bersaglio grosso: mettere in discussione l’impianto di vincoli ambientali posti dal green new deal, oltre a garantire una copertura al settore contro l’entrata di produzione a basso costo dall’Ucraina e dai Paesi del Mercosur e contro politiche percepite come troppo favorevoli all’editing genetico. La “febbre” agricola dev’essere stata misurata con attenzione ai piani alti di Palazzo Berlaymont se Ursula Von Der Leyden ha annunciato e poi fatto partire settimana scorsa un dialogo strategico per tratteggiare il futuro dell’agricoltura.

La mossa di Von Der Leyden potrebbe essere arrivata tardi rispetto all’urgenza a cui si deve rispondere. La Farm to Fork Strategy è stata svuotata di alcuni degli obiettivi più ambiziosi: alcune leggi chiave previste per il 2023 (come quella sui sustainable food systems) saranno verosimilmente rinviate al dopo elezioni europee, gli interventi per la riduzione dei pesticidi e quelli sulle nuove tecniche genomiche rischiano di arenarsi nella melina politica. Fino a prova contraria, il tempo scorre ovunque allo stesso modo: la ricerca tardiva di consenso in commissioni e dialoghi non dilaterà il tempo che ci è concesso per scongiurare la crisi ambientale. Mentre si cerca una quadra politica, quindi, si rischia che la crisi si aggravi ulteriormente o diventi insanabile.

L’impasse impone una riflessione generale sulle politiche per l’innovazione. Abbondano, in Europa e altrove, visioni ambiziose per la trasformazione delle economie. Numeri, obiettivi e traiettorie sono scolpite nelle analisi,  puntellate da evidenze scientifiche e dati inoppugnabili (la soglia del riscaldamento climatico medio, per esempio). Per quanto siano incontrovertibili, le “strategie”–quelle europee per l’agricoltura nel caso in specie–faticano a tradursi in missioni condivise da larga parte degli operatori. La Farm to Fork impone un lungo e dettagliato rosario di obiettivi (per esempio raggiungere il 25% della terra coltivata a biologico, ridurre del 50% dei pesticidi entro il 2030); indica le strade da percorrere per essere a “prova di futuro” come, per esempio, investire nella transizione gemella digitale e green lungo l’intera filiera. Si sottovaluta, però, il gap che separa le aziende, agricole, rispetto a questi obiettivi e percorsi e ci si sofferma poco, a nostro avviso, sul “come” far percorrere queste strade a una popolazione di imprese agricole estremamente differenziate per maturità tecnologica, potere negoziale nelle filiere, dinamiche territoriali.

Molti agricoltori si sentono a rischio di esclusione dalla transizione e le resistono per molte ragioni: il sentirsi capro espiatorio, dopo che all’agricoltura si è chiesto per anni di produrre tanto; un gap anagrafico, dovuto all’assenza di nuove generazioni in campagna e di nuove sensibilità nella popolazione di aziende agricole; una distanza linguistica e cognitiva degli operatori dalle categorie usate dalle “elite” che vendono (le imprese del tech, la consulenza) o che propalano l’innovazione (policy-maker, esperti, accademici); un mancato riconoscimento delle specificità di diversi territori nell’impostare la transizione verso modelli più aggiornati di organizzazione dell’economia e delle filiere. Manca, soprattutto, un insieme di risposte chiare alle domande più pressanti: chi pagherà? Se ridurremo gli allevamenti, chi rimarrà spiazzato? Gli allevatori, i lavoratori? In che modo si provvederà a dare alternative e quali saranno? Questo sembrano chiedere molti operatori che si sentono minacciati e tanta opinione pubblica. Le domande rimangono inevase.

A molti esperti di industria, di governo o di accademia, non sembra vero poter alzare il dito, irridere gli “ignoranti” e biasimare la zavorra–nella fattispecie gli imprenditori agricoli–accusando a destra e a manca di corporativismo, arretratezza, malafede o altro. «Si guardi» pare di sentire «a quel che fanno i più moderni tra i paesi, tra le regioni, tra le aziende». L’esercizio retorico è futile e non porta frutti: se l’urgenza climatica è ineludibile, ne usciremo solo se tutto il sistema–agricolo nel nostro caso, ma economico per estensione–farà dei passi avanti. Bisognerà evitare di far prefigurare processi in cui possano esserci degli ultimi, degli abbandonati: a sentirsi fuori dai giochi potrebbero essere in tanti, anche molti in grado di evolvere e tuttavia legittimamente spaventati. Nella sfida alla transizione, gli outlier, le punte più avanzate non risolvono granché. Certo tracciano una via, ma non c’è peggior esempio per motivare chi sente di aver perso in partenza e potrebbe averne ben donde di indicare i centometristi. Serve, al contrario, mobilitare e motivare il grosso di chi sta dietro, i “mediani” e le linee arretrate, pena una transizione fallita e una società spaccata.

La politica per le transizioni si giocherà negli spazi intermedi, tra il macro delle politiche europee e il micro delle singole aziende agricole. Riuscirà o fallirà nei territori dove istituzioni, associazioni di categoria, sistemi dell’innovazione e della conoscenza, consulenti e aziende innovative si faranno carico di comprendere a fondo le peculiarità di ogni regione e di ogni filiera, moduleranno le politiche sui fabbisogni del locale, costruiranno culture condivise, linguaggi comuni, favoriranno l’emergere di una “missione” da perseguire insieme.

Irrinunciabile sarà la messa a punto di efficaci sistemi territoriali della conoscenza e dell’innovazione, i cosiddetti AKIS (Agricultural Knowledge and Innovation Systems), sistemi in cui le università, le istituzioni, gli operatori dell’innovazione svilupperanno una comprensione profonda ed empatica delle condizioni di partenza e delle frizioni presenti, così come del potenziale di operatori e filiere, Questi sistemi avranno l’importante compito di collegare i territori e le agricolture (tante e diverse) con i flussi globali di conoscenza, selezioneranno le innovazioni adeguate ai contesti agricoli su cui insistono, interpreteranno le politiche e collegheranno logiche consolidate e nuovi modi di fare impresa e sviluppo.